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| Pre Rup e East Mebon |
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Il Pre Rup e l’East Mebon
risalgono al X secolo e sono le ultime grandi costruzioni edificate
(parzialmente) in mattoni.
Come il Phnom Bakheng, anche il Pre Rup è un “tempio-montagna” che
merita un’analisi approfondita fino all’ultimo livello dove si trova la
cinquina di torri. Alcuni bassorilievi sono di ottima fattura anche se i
frontoni sono qui ancora semplici (araldici o decorativi) e non
descrittivi come invece saranno nei templi delle epoche posteriori. Se
visitate il Pre Rup con una guida locale, probabilmente vi racconterà
una leggenda sul nome odierno che viene dato al tempio e correlato alla
forma data alle ceneri del defunto Re ucciso da un giardiniere del
tempio. Queste assurde leggende (ce ne sono altre), sorte in epoche
relativamente recenti e per nulla collegate ai fatti storici (o almeno
non menzionate in nessuna delle circa 1200 steli fino a ora ritrovate
nei siti Khmer) rischiano di distrarre il visitatore che qui dovrebbe
invece porre la propria attenzione altrove....
L’East Mebon va visitalo tenendo ben presente che l’ingresso dal quale
si accede al tempio si trovava diversi metri sotto il livello dell’East
Baray e che quindi quello che si ha di fronte non è un “tempio-montagna”
come invece potrebbe apparire d’acchito.
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| Banteay Srei |
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Il Bantey Srei è
considerato da molti il vero gioiello stilistico ed architettonico dei
Khmer e risale anch’esso alla seconda metà del X secolo (le esatte
datazioni di questi 3 templi e il nome del Re che ne ha commissionato la
costruzione sono state recentemente messe in discussione ma tutti gli
studiosi sono concordi sul periodo storico).
Dal Mebon, il Banteay Srei si trova a circa un’ora di viaggio.
Controllate quindi prima l’orologio e considerate che è bene essere al
tempio entro la mattina non troppo inoltrata altrimenti la luce non vi
permetterà di godere appieno della sua bellezza.
Un’altra cosa importante che dovete verificare prima di indirizzarvi
verso il Banteay Srei è di avere con voi un testo che vi illustri nei
minimi dettagli i suoi bassorilievi.
Purtroppo al Banteay Srei vedo ancora troppi visitatori che non fanno
altro che riempirsi gli occhi della bellezza dell’arenaria rosa, della
quantità dei bassorilievi che ricoprono praticamente l’intera superficie
del tempio e della stupenda visione di insieme che emana da questo
meraviglioso e piccolo tempio (non potrete capire quanto veramente sia
piccolo il Banteay Srei fino a che non l’avrete visto!).
Se non si è in grado di dare un senso compiuto fino anche al minimo
intaglio e scultura, non si potrà dire di aver visitato il Banteay Srei!
A mio avviso, il testo migliore è “Images of the Gods” del nostro
conterraneo Vittorio Roveda (non so se esiste una edizione in italiano e
quale ne sia eventualmente il titolo. Negli aeroporti di Bangkok e Siem
Reap e nelle migliori librerie di Siem Reap comunque lo trovate di
certo). E’ un mattone alquanto spesso e pesante e purtroppo un pò
ingombrante da portarsi appresso, ma lì trovate davvero tutto! Questo
testo non è suddiviso per luoghi di visita ma per argomentazioni. I
bassorilievi sono quindi raggruppati per rappresentazioni relative a
determinate vicende del Ramayana, del Mahabarata, della vita di Krishna
ecc..
Non potrete quindi aprirlo una volta giunti in loco ma dovrete
prepararvi su questo testo in precedenza e ricordate che del Bantey Srei
non va tralasciata la benchè minima pietruzza.
Ad esempio, una volta entrati dall’ingresso delle mura esterne,
procedendo verso le mura più interne non dimenticate di fermarvi ad
ammirare i bassorilievi sui frontoni di due costruzioni laterali in
posizione intermedia, di ottima fattura e grado di conservazione.
Una volta all’interno del santuario principale, oltre ai bassorilievi va
apprezzata anche l’orientazione cosmologica e la rappresentazione dei
punti cardinali in ogni sezione del tempio, evidenziata dalle divinità
protettrici di ogni punto cardinale.
Il tempio come detto è piccolo e gli spazi per percorrere il suo
perimetro interno sono purtroppo angusti. I visitatori qui sono a
diverse centinaia e sarà quindi impossibile poter godere appieno ed in
pace della bellezza del luogo.
Cercate per quanto possibile di evitare gli orari di maggior ressa
(parte centrale della giornata) oppure cercate di “appostarvi” in attesa
di qualche attimo di relativa calma tra il passaggio di un’orda di
autobus e l’altra (grazie alle ridotte dimensioni, la mole di visitatori
all’interno del tempio è facilmente monitorabile).
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| Baphuon
Dalla vetta del
Phimeanakas, guardando verso est, alla vostra destra si trova il
gigantesco basamento del Baphuon, unica costruzione di rilievo risalente
alla seconda metà del XII secolo ed attribuita ad un Re generalmente
poco acclamato e nominato dai libri si storia ma molto importante per le
sorti dei Khmer: Udayadithyavarman II.
Architettonicamente il Baphuon è un ibrido, un passaggio tra lo stile
Angkor Wat e lo stile Bayon e per questo di notevole interesse.
Purtroppo, questo tempio era in fase di restauro al momento della venuta
dei Khmer Rouge. I francesi lo avevano smontato pezzo per pezzo, ognuno
dei quali era stato numerato e mappato. Al ritorno ad Angkor dopo la
cacciata dei Khmer Rouge gli studiosi si trovarono di fronte la triste
realtà che le mappature erano andate perdute. Oggi il Baphuon è quindi
un immenso puzzle (visitandolo vedrete le migliaia e migliaia di pezzi
allineati al suolo) e costituisce una delle sfide più difficili ed
importanti nella ricostruzione di Angkor.
Il Baphuon è rivolto ad oriente. Il tardo pomeriggio non è quindi il
momento migliore per visitarlo (dall’ingresso principale vi apparirebbe
come una gigantesca ombra nera).
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| Angkor Wat |
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L’Angkor Wat, il più grande edificio religioso al mondo, propone tra i
tanti primati che gli appartengono anche una stranezza difficilmente
spiegabile: contrariamente a tutti gli altri templi induisti di Angkor
(e non solo di Angkor ovviamente) ha l’ingresso principale rivolto ad
occidente.
I tentativi degli studiosi di spiegare questa insolita situazione sono
numerosi. Le tre teorie più accreditate sono le seguenti: tempio
(probabilmente) funerario (l’ovest è il punto cardinale della morte
nella concezione induista), oppure tempio dedicato a Vishnu che in
alcune forme di culto viene associato con l’ovest, oppure ancora una
motivazione più semplicemente urbanistica: l’Angkor Wat occupa il
quadrante sud-est della ipotetica città di Yasodarapura e non potrebbe
quindi avere l’accesso ad est in quanto l’ingresso si troverebbe contro
le mura della città (ma se verrà accertato che Yasodarapura era una
città aperta, quest’ultima motivazione ovviamente andrà a cadere).
Qualsiasi motivo abbia spinto a questa stravaganza architettonica, il
suo orientamento ha comunque una importanza fondamentale per noi
visitatori: l’Angkor Wat è infatti l’unico tempio di Angkor che deve
rigorosamente essere visitato nel pomeriggio!
Se fate parte di un tour guidato, è probabile che la vostra guida vi
consigli di includere la visita all’Angkor Wat alla mattina in quanto le
temperature sono generalmente più miti e soprattutto ci sono molti meno
visitatori rispetto al pomeriggio. Personalmente invece confermo che per
poter godere appieno delle sue bellezze, l’Angkor Wat deve essere
sofferto in tutto e per tutto e se lo si vuole realmente apprezzare non
ci si deve spaventare davanti al solleone e alle orde di visitatori!
Al mattino infatti il tempio è completamente offuscato dal sole alto
sull’orizzonte e dall’ingresso principale appare come un’enorme ed
informe ombra nera.
Alcune guide poi (fortunatamente poche!!) al fine nuovamente di evitare
la ressa, hanno la bruttissima abitudine di accompagnare i clienti
all’entrata posteriore !!! Se la vostra guida è una di queste, sappiate
che merita le peggiori pene corporali.
Vi consiglio quindi di verificare in anticipo le modalità di visita
prima di recarvi in loco perchè rischiate di rovinare la scoperta di uno
dei monumenti più belli del mondo!
Chi si documenta sulla visita di Angkor, sa che i bassorilievi scolpiti
lungo le mura esterne sono tra le particolarità artistiche più
interessanti e degne di nota del tempio.
Il giro classico di visita ai bassorilievi include “l’emisfero” sud
delle mura. Partendo dalla sezione sud-ovest che rappresenta la
battaglia di Kuruksetra, la massa dei turisti si muove progressivamente
verso est passando per la sfilata dell’esercito di Suryavarman II,
quindi al Giudizio di Yama sul paradiso e l’inferno per concludere nella
sezione sud-est con il “rimescolamento dell’oceano di latte” (una delle
leggende più importanti della mitologia induista, frequentemente
rappresentata nelle sculture Khmer). Qui generalmente si considera
conclusa la visita ai bassorilievi.
L’immenso serpentone umano entra quindi nei livelli più interni del
tempio dal retro per dirigersi verso la cinquina di torri centrale.
Se è vero che i bassorilievi della sezione nord-est e dell’intero
settore nord sono qualitativamente molto inferiori (sono infatti stati
scolpiti in epoca alquanto più tarda, all’incirca nel XVI secolo, da
mani molto meno esperte rispetto ai migliori scultori di Angkor), non si
può assolutamente trascurare invece la rappresentazione della battaglia
di Lanka scolpita nel settore nord-ovest!
Oltre a poter ammirare quello che probabilmente è il bassorilievo più
sapientemente scolpito di Angkor, con le immagini più vive, crude e
reali, non si deve disdegnare il fatto che il serpentone umano qui non
c’è! Solo qui quindi si ha la possibilità di poter ammirare con calma e
per intero questa meraviglia artistica senza eguali!
Ritornare poi al settore ovest delle mura permette inoltre di evitare un
altro grave errore: quello di accedere alle mura interne dal retro!
L’ingresso principale alle mura interne dell’Angkor Wat infatti è quanto
di più spettacolare e artisticamente pregevole esista con la sua
originale e possente pianta a croce attraversata e circondata da
stupende gallerie.
Giunti alla sezione centrale del tempio vera e propria ci si trova
davanti all’incognita se salire o meno le ultime, ripidissime scalinate
che portano fino alla cinquina di torri. Qui è bene che ognuno faccia
quello che ritiene più opportuno, dopo però aver considerato che la
risalita (e soprattutto la discesa!) possono risultare pericolose e che
solo la scala sud è dotata di un corrimano (posticcio ovviamente, in
acciaio) che facilita la discesa. Questo comporta file kilometriche per
attendere il turno di discesa (si arriva ad attendere fino ad un’ora e
più in certi giorni!), situazione non percepibile dal basso prima di
salire.
Una volta in cima, si può ammirare una gran bella panoramica
sull’ambiente circostante e purtroppo poco di più. Le cinque torri e le
gallerie che le uniscono sono infatti in pessimo stato di conservazione
e credo sia bene tenerlo presente.
Per quanto riguarda i bassorilievi, per la loro interpretazione è
ovviamente indispensabile un testo all’altezza della situazione.
Ripropongo "Images of The Gods" di Vittorio Roveda che anche qui
si conferma come l’opera più completa ed affidabile.
La parata militare di Jayavarman II ed il giudizio di Yama sono di
comprensione piuttosto immediata. Una consultazione in loco di un buon
testo può essere sufficiente.
Per il “rimescolamento dell’oceano di latte” consiglio almeno una veloce
documentazione generale sull’argomento prima di ammirare il
bassorilievo.
Una completa comprensione della battaglia di Kuruksetra e della
battaglia di Lanka richiederebbe invece una conoscenza sufficientemente
approfondita sia del Ramayana (battaglia di Lanka) che del Mahabarata (Kuruksetra).
Se nel primo caso è facile e non troppo dispendioso in termini di tempo,
per il Mahabarata non è altrettanto immediato potersi sufficientemente
documentare....
Non vanno poi dimenticati alcuni importantissimi bassorilievi che si
trovano nelle torri di collegamento tra le mura. Alcuni dei migliori e
meglio conservati si trovano nella torre sud-ovest.
L’Angkor Wat è immenso ed ogni suo angolo merita attenzione. Una
visita approfondita di questa meraviglia può occupare fino a 5 ore di
tempo. Al suo interno si percorrono diversi km sotto il solleone e
circondati dalla folla.
Se si vuole gustare appieno la sua bellezza è quindi importante
presentarsi riposati e preparati all’appuntamento. Evitare visite
stancanti e disidratanti al mattino può essere quindi fondamentale e da
qui il mio consiglio di dedicare un’intera giornata a questo singolo
luogo. Del resto siamo di fronte ad uno dei prodigi più sensazionali mai
realizzati dall’uomo, che credo possa meritare un’intera giornata della
nostra vita...
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| Angkor Thom
Una volta che valicherete
le mura dell'Angkor Thom per procedere verso il fronte delle Terrazze e
del Palazzo, dovrete tenere in considerazione che diventerà quello che
oggi conosciamo come Angkor Thom (cioè appunto con le enormi
fortificazioni) solo tre secoli dopo la costruzione del Palazzo.
L’antica città fortificata che costituiva il perimetro del primo Palazzo
(gli storici danno nomi diversi a questa città, alcuni la chiamano
Yasodaraphura II) non era esattamente simmetrica all’Angkor Thom.
Per l’Angkor Thom infatti, l’ingresso che state valicando non è l’East
Gate (cioè nel punto centrale del lato est) ma più precisamente il
Victory Gate, un paio di centinaia di metri più a nord dell’East Gate
vero e proprio.
Visto che questa strada porta direttamente al centro delle Terrazze (se
si potesse prolungarne il percorso si giungerebbe dritti al Phimeanakas,
quello che quasi sicuramente era il tempio del primo Palazzo) mi pare
ovvio che questo ingresso fosse l’East Gate della prima città e che
sullo stesso tracciato Jayavarman VII costruirà quello che appunto verrà
chiamato il Victory Gate (dal quale, secondo la leggenda, entravano gli
eserciti di ritorno da una vittoria militare).
La cosa a mio avviso strana ed inspiegabile è che non ho mai trovato
validi approfondimenti di questo collegamento in nessuno dei testi sui
quali mi sono documentato. Secondo me è un peccato perchè incentiverebbe
appunto la visita di tutto l’Angkor Thom sotto una prospettiva a mio
modesto parere molto più interessante.
Nuovamente, una volta giunti alle Terrazze si deve tenere in mente che
le forme e le decorazioni che vediamo sono relative a periodi molto più
avanzati (molto probabilmente posteriori anche allo stesso Jayavarman
VII), ma costruzioni similari, nello stesso punto, dovevano sicuramente
esistere anche a partire dal X secolo.
Valicando l’ingresso centrale della Terrazza degli Elefanti si procede
verso l’interno del complesso del Royal Grand Palace dove a mio avviso
si deve dedicare molta attenzione al tempio che si incontra: appunto il
Phimeanaks. Come già detto in precedenza per il Pre Rup, anche qui vi
consiglio di lasciar perdere le strambe leggende secondo le quali il Re,
vittima di un incantesimo, era obbligato ogni notte ad accoppiarsi con
una donna-serpente in vetta a questo tempio pena la morte in caso di
“inadempienza” ! Godetevi piuttosto la bellezza del tempio che è meglio.
Sul lato ovest del tempio è stata montana una scala di ferro, piuttosto
lunga e ripida ma direi abbastanza solida, che permette di raggiungerne
la vetta. Quello che si può vedere in cima non è molto in quanto al
momento non sono state fatte opere di restauro e si deve quindi
procedere tra spazi stretti in mezzo alle macerie.
Credo comunque che valga la pena di salire al fine di isolarsi dalla
calca sottostante (sono poche le persone che salgono) e cercare di
immedesimarsi nell’atmosfera di un tempo e dei riti religiosi (nella
fattispecie anche sacrifici) che qui venivano celebrati.
Se avrete seguito i miei consigli sull’itinerario da seguire inoltre, in
vetta al Phimeanakas giungerete quasi al tramonto. Generalmente a quell'ora
c’è poca gente e molta calma.
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| templi in piano in
stile Angkor Wat (Thommanon, Chao Sai Tewoda, Beng Melea, Banteay Samrè)
Il Banteay Samrè è un
classico tempio in stile Angkor Wat (generalmente correlato a
Suryavarman II, prima metà del XII secolo) ad unica torre centrale con
anticamera (“Antarala” e “Mandapa”).
Tra i templi “in piano” in stile Angkor Wat ad unica torre, il Banteay
Samrè è sicuramente il più esteso e per certi versi il più bello ed
interessante che si trovi nell’aera di Angkor, ma in altre parti del
Paese oppure in Thailandia si trovano esempi migliori di questo ben
determinato stile artistico, generalmente considerato quale la massima
evoluzione stilistica ed architettonica dei Khmer (anche se non l’ultima
in ordine temporale).
Uno di questi è Beng Maelea, circa 30 km a est di Angkor ma dislocato in
un’area difficilmente accessibile e non ancora completamente sicura.
I migliori esempi in assoluto di questo stile sono invece nella
Thailandia del Nord Est (Phimai e Phanom Rung). Si potrebbe arrivare a
dire che se in precedenti viaggi avete già avuto l’opportunità di
visitare questi due templi, probabilmente non sarà un peccato troppo
grave se eliminerete il Bantey Samrai dal vostro itinerario.
Verso
il cuore dell’odierno Angkor Thom si passa per una coppia di piccoli,
stupendi, templi in piano in stile Angkor Wat: il Chao Sai Tewoda, ora
in restauro, ed il Thommanon che sembrano costituire una sorta di
ingresso alla città stessa.
Sappiate invece che così non è! Questi due templi infatti risalgono alla
metà del XII secolo mentre il complesso del Royal Grand Palace, “quasi”
al centro di quello che oggi è l’Angkor Thom, risale alla metà-fine del
X secolo.
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| Bayon |
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Secondo
per fama solo all’Angkor Wat, il Bayon è certamente il tempio più
misterioso ed incomprensibile di Angkor.
Se all’inizio del XX secolo i primi studiosi dell’EFEO credevano di
averne determinato con esattezza la datazione e l’interpretazione
religiosa, con il passare degli anni e l’avvicendarsi di nuove scoperte
le opinioni sul Bayon si sono sempre più differenziate tra loro ed oggi
su questo tempio si può davvero dire tutto e il contrario di tutto!
Cent’anni fa, i celebri volti sui quattro (a volte solo su due o su tre)
lati delle torri erano univocamente e senza dubbio individuabili come la
rappresenazione di Bhrama. Le teorie più accreditate alla fine del
secolo erano invece in favore di Lokesvara, il Bodisattva della
compassione nella conceazione del Buddismo Theravada.
Oggi non esiste più un’opinione dominante e preferita dalla maggioranza
degli storici, che si suddividono piuttosto equamente tra Brahma,
Lokesvara, Budda, Jayavarman VII stesso, o addirittura forme divine di
un particolare Buddismo tantrico.
L’esempio fatto per le facce può essere trasportato su ogni elemento
architettonico e stilistico del Bayon, sui quali i dissensi si
moltiplicano a dismisura.
Per alcuni il Bayon è un tempio di Jayavarman VII. Per altri Jayavarman
VII è stato l’iniziatore del grande progetto, portato poi a termine dal
suo successore Indravarman II. All’inizio del secolo il Bayon era invece
stato scambiato per il Phanom Bakeng e veniva considerato uno dei
primissimi templi di Angkor, dedicato al culto di Shiva!!
Quello che è certo è che il tempio è stato eretto in più fasi e si
notano piuttosto nitidamente le incongruenze architettoniche tra queste.
Su una pianta inizialmente cruciforme del secondo livello furono
aggiunte gallerie esterne sul primo livello che hanno trasformato questa
pianta in quadrata.
Molte gallerie che univano le due file di mura perimetrali più esterne
furono aggiunte in un secondo tempo poi successivamente demolite nella
terza fase. Mistero ancora più profondo sulla torre centrale,
apparentemente trasformata nell’ultima fase di costruzione in pianta
ottagonale partendo da una pianta cruciforme. La configurazione stessa
della torre centrale contribuisce ad aumentare la confusione e
l’incertezza in quanto, in contrapposizione con lo stile Bayon, propone
un “Mandala” ed un “Antarala” (anticamera e corridoio di collegamento)
tipico dello stile Angkor Wat.
Non va certamente meglio con gli importantissimi ed interessantissimi
bassorilievi, dove nuovamente gli storici si sono scontrati
nell’interpretazione delle vicende narrate.
In particolare c’è molta incertezza sul luogo, data e riferimento
storico della celebre battaglia navale generalmente considerata come la
guerra di riconquista di Angkor da parte dell’esercito Khmer dopo
l’invasione del regno di Champa alla fine del XII secolo, riconquista
che portò Jayavarman VII al potere.
Jaques, Roveda, Cunin, Vichery ed altri storici considerati tra i
massimi esperti dei giorni nostri, qualche anno fa tentarono un
interessante esperimento cercando di realizzare un’opera “ultima” che
costituisse un punto di riferimento per la riconsiderazione e
ricollocazione storica del Bayon alla luce delle più recenti scoperte.
Il risultato invece, (un interessantissimo testo dal titolo “Bayon, new
perspectives” pubblicato in versione originale in Thailandia da River
Books) altro non è che un accostamento di valutazioni e punti di vista
molto dissimili e spesso in antitesi tra loro che in un certo senso
danno una misura dell’incertezza e della confusione che regna al momento
presente sull’argomento.
Le ipotesi di Claude Jaques al riguardo sono tra le più azzardate:
secondo lo storico francese, l’ultima delle fasi costruttive del Bayon
avvenne in epoca molto più tarda rispetto alle teorie più correnti
(termine del XIII secolo) da parte di Jayavarman VIII, il Re che riportò
brevemente i Khmer sulla strada dell’induismo (probabilmente il Re
iconoclasta che distrusse le immagini di Buddha di Jayavarman VII). I
celebri volti sarebbero stati realizzati durante quest’ultima fase e
sarebbe quindi attendibile ritenere che rappresentino Brahma, o lo
stesso Jayavarman VIII.
Nota: Claude Jaques è anche l’autore di una delle guide di Angkor più
vendute in loco. Contrariamente alle sue opere più importanti però,
questo testo (dal titolo “Ancient Angkor”) è una banale accozzaglia di
teorie annacquate a semplice uso e consumo del turista poco attento. Se
avete un reale ed approfondito interesse per quello che state ammirando,
indirizzatevi su qualcosa di più concreto e sostanzioso.
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| monasteri buddisti di
Jayavarman VII (Ta Phrom, Preah Khan, Banteay Kdei, Banteay Chmaar)
Costruttore infaticabile,
apparentemente appartiene al suo regno un’incredibile serie di templi,
monasteri e perfino le terme.
Lo stile costruttivo di Jayavarman VII, denominato “Bayon”, è in netta
contrapposizione con qualsiasi altro stile che si possa ammirare ad
Angkor ed uno dei motivi principali di questo distacco è ovviamente il
passaggio dalle religione Induista al Buddismo Mahayana.
Con l’eccezione della sua costruzione più celebre (appunto il Bayon,
posto al centro dell’Angkor Thom) Jayavarman ha costruito soprattutto
immensi, giganteschi monasteri: vere e proprie città, all’interno delle
quali vivevano decine di migliaia di persone. L’enorme estensione di
queste costruzioni è oggi solo vagamente percepibile osservando la
lunghezza delle mura perimetrali che le circondavano.
Oggi infatti, visitando ad esempio il Ta Phrom, dopo aver valicato
l’accesso a queste possenti mura esterne ci si trova a percorrere
diverse centinaia di metri prima di poter giungere alle parti centrali e
più sacre del monastero. Qui si ha spesso la percezione di attraversare
una “terra di nessuno”, completamente ricoperta da fitta ed
impenetrabile vegetazione. E’ quindi necessario lavorare molto con la
fantasia per sostituire la jungla con la miriade di rudimentali
abitazioni in legno e paglia che qui si trovavano.
Anche al Ta Phrom, come per qualsiasi altro tempio, è importantissimo
entrare dalla parte giusta (est)! Nella fattispecie del Ta Phrom, questa
raccomandazione è più che mai importante perché l’entrata “dal retro”
(ovest) è purtroppo molto utilizzata dalle guide locali in quanto è la
prima che si incontra provenendo dall’Angkor Thom.
Entrare dal retro al Ta Phrom significa perdere completamente la
prospettiva sulla costruzione frontale (ritenuta da alcuni storici un
teatro per rappresentazioni artistiche) che si trova dinnanzi
all’ingresso alla terza fila di mura perimetrali e che se vista dal
davanti crea invece un effetto particolarmente suggestivo.
Gli edifici centrali sono purtroppo in un pessimo stato di
conservazione. Molte gallerie sono crollate ed i lavori di restauro
dell’UNESCO qui procedono particolarmente a rilento.
Reso famoso dalle radici dei giganteschi alberi secolari che si
insinuano tra le mura, dopo l’Angkor Wat ed il Bayon, il Ta Phrom è il
luogo più visitato di Angkor. Ognuno ovviamente è libero di pensarla
come vuole ma il mio personalissimo punto di vista è che visitare il Ta
Phrom richiamati da questa attrazione “ambientale” sia decisamente
riduttivo. Essere dentro al Ta Phrom e fotografare gli alberi vuol dire
distogliere l’attenzione dal reale interesse che questo tempio dovrebbe
suscitare (ammetto anche che difficilmente trovo qualcuno che concordi
su questo punto che infatti per me è spesso argomento di accese
discussioni).
Oltre all’architettura “in piano” assolutamente innovativa, il Ta Phrom
propone anche stupendi bassorilievi, alcuni dei quali (ad esempio quelli
dislocati nel cortile centrale racchiuso nella fila di mura perimetrali
più interna) non sono direttamente visibili ma celati dal fitto
labirinto costituito dagli ammassi di pietra crollati tra le piccole
librerie. Uno molto bello è la “partenza di Budda”. Consultate una guida
che vi indichi il tortuoso “sentiero” per poterlo raggiungere.
A causa delle pessime condizioni di conservazione, il percorso
all’interno del monastero è uno slalom tra le macerie piuttosto
obbligato, per lunghi tratti marcato da una passerella di legno lungo la
quale si snoda una chiassosa coda di turisti. Cercate di isolarvi dalla
ressa uscendo quando possibile da questo percorso obbligato in modo da
scoprire anche punti di osservazione diversi ed alternativi.
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