ANGKOR: i templi
(a cura di Carlo Collina)

 

Pre Rup e East Mebon
 

Il Pre Rup e l’East Mebon risalgono al X secolo e sono le ultime grandi costruzioni edificate (parzialmente) in mattoni.
Come il Phnom Bakheng, anche il Pre Rup è un “tempio-montagna” che merita un’analisi approfondita fino all’ultimo livello dove si trova la cinquina di torri. Alcuni bassorilievi sono di ottima fattura anche se i frontoni sono qui ancora semplici (araldici o decorativi) e non descrittivi come invece saranno nei templi delle epoche posteriori. Se visitate il Pre Rup con una guida locale, probabilmente vi racconterà una leggenda sul nome odierno che viene dato al tempio e correlato alla forma data alle ceneri del defunto Re ucciso da un giardiniere del tempio. Queste assurde leggende (ce ne sono altre), sorte in epoche relativamente recenti e per nulla collegate ai fatti storici (o almeno non menzionate in nessuna delle circa 1200 steli fino a ora ritrovate nei siti Khmer) rischiano di distrarre il visitatore che qui dovrebbe invece porre la propria attenzione altrove....
L’East Mebon va visitalo tenendo ben presente che l’ingresso dal quale si accede al tempio si trovava diversi metri sotto il livello dell’East Baray e che quindi quello che si ha di fronte non è un “tempio-montagna” come invece potrebbe apparire d’acchito.
 


Banteay Srei

Il Bantey Srei è considerato da molti il vero gioiello stilistico ed architettonico dei Khmer e risale anch’esso alla seconda metà del X secolo (le esatte datazioni di questi 3 templi e il nome del Re che ne ha commissionato la costruzione sono state recentemente messe in discussione ma tutti gli studiosi sono concordi sul periodo storico).
Dal Mebon, il Banteay Srei si trova a circa un’ora di viaggio. Controllate quindi prima l’orologio e considerate che è bene essere al tempio entro la mattina non troppo inoltrata altrimenti la luce non vi permetterà di godere appieno della sua bellezza.
Un’altra cosa importante che dovete verificare prima di indirizzarvi verso il Banteay Srei è di avere con voi un testo che vi illustri nei minimi dettagli i suoi bassorilievi.
Purtroppo al Banteay Srei vedo ancora troppi visitatori che non fanno altro che riempirsi gli occhi della bellezza dell’arenaria rosa, della quantità dei bassorilievi che ricoprono praticamente l’intera superficie del tempio e della stupenda visione di insieme che emana da questo meraviglioso e piccolo tempio (non potrete capire quanto veramente sia piccolo il Banteay Srei fino a che non l’avrete visto!).
Se non si è in grado di dare un senso compiuto fino anche al minimo intaglio e scultura, non si potrà dire di aver visitato il Banteay Srei!
A mio avviso, il testo migliore è “Images of the Gods” del nostro conterraneo Vittorio Roveda (non so se esiste una edizione in italiano e quale ne sia eventualmente il titolo. Negli aeroporti di Bangkok e Siem Reap e nelle migliori librerie di Siem Reap comunque lo trovate di certo). E’ un mattone alquanto spesso e pesante e purtroppo un pò ingombrante da portarsi appresso, ma lì trovate davvero tutto! Questo testo non è suddiviso per luoghi di visita ma per argomentazioni. I bassorilievi sono quindi raggruppati per rappresentazioni relative a determinate vicende del Ramayana, del Mahabarata, della vita di Krishna ecc..
Non potrete quindi aprirlo una volta giunti in loco ma dovrete prepararvi su questo testo in precedenza e ricordate che del Bantey Srei non va tralasciata la benchè minima pietruzza.
Ad esempio, una volta entrati dall’ingresso delle mura esterne, procedendo verso le mura più interne non dimenticate di fermarvi ad ammirare i bassorilievi sui frontoni di due costruzioni laterali in posizione intermedia, di ottima fattura e grado di conservazione.
Una volta all’interno del santuario principale, oltre ai bassorilievi va apprezzata anche l’orientazione cosmologica e la rappresentazione dei punti cardinali in ogni sezione del tempio, evidenziata dalle divinità protettrici di ogni punto cardinale.
Il tempio come detto è piccolo e gli spazi per percorrere il suo perimetro interno sono purtroppo angusti. I visitatori qui sono a diverse centinaia e sarà quindi impossibile poter godere appieno ed in pace della bellezza del luogo.
Cercate per quanto possibile di evitare gli orari di maggior ressa (parte centrale della giornata) oppure cercate di “appostarvi” in attesa di qualche attimo di relativa calma tra il passaggio di un’orda di autobus e l’altra (grazie alle ridotte dimensioni, la mole di visitatori all’interno del tempio è facilmente monitorabile).
 


Baphuon

Dalla vetta del Phimeanakas, guardando verso est, alla vostra destra si trova il gigantesco basamento del Baphuon, unica costruzione di rilievo risalente alla seconda metà del XII secolo ed attribuita ad un Re generalmente poco acclamato e nominato dai libri si storia ma molto importante per le sorti dei Khmer: Udayadithyavarman II.
Architettonicamente il Baphuon è un ibrido, un passaggio tra lo stile Angkor Wat e lo stile Bayon e per questo di notevole interesse.
Purtroppo, questo tempio era in fase di restauro al momento della venuta dei Khmer Rouge. I francesi lo avevano smontato pezzo per pezzo, ognuno dei quali era stato numerato e mappato. Al ritorno ad Angkor dopo la cacciata dei Khmer Rouge gli studiosi si trovarono di fronte la triste realtà che le mappature erano andate perdute. Oggi il Baphuon è quindi un immenso puzzle (visitandolo vedrete le migliaia e migliaia di pezzi allineati al suolo) e costituisce una delle sfide più difficili ed importanti nella ricostruzione di Angkor.
Il Baphuon è rivolto ad oriente. Il tardo pomeriggio non è quindi il momento migliore per visitarlo (dall’ingresso principale vi apparirebbe come una gigantesca ombra nera).

 


Angkor Wat

L’Angkor Wat, il più grande edificio religioso al mondo, propone tra i tanti primati che gli appartengono anche una stranezza difficilmente spiegabile: contrariamente a tutti gli altri templi induisti di Angkor (e non solo di Angkor ovviamente) ha l’ingresso principale rivolto ad occidente.
I tentativi degli studiosi di spiegare questa insolita situazione sono numerosi. Le tre teorie più accreditate sono le seguenti: tempio (probabilmente) funerario (l’ovest è il punto cardinale della morte nella concezione induista), oppure tempio dedicato a Vishnu che in alcune forme di culto viene associato con l’ovest, oppure ancora una motivazione più semplicemente urbanistica: l’Angkor Wat occupa il quadrante sud-est della ipotetica città di Yasodarapura e non potrebbe quindi avere l’accesso ad est in quanto l’ingresso si troverebbe contro le mura della città (ma se verrà accertato che Yasodarapura era una città aperta, quest’ultima motivazione ovviamente andrà a cadere).
Qualsiasi motivo abbia spinto a questa stravaganza architettonica, il suo orientamento ha comunque una importanza fondamentale per noi visitatori: l’Angkor Wat è infatti l’unico tempio di Angkor che deve rigorosamente essere visitato nel pomeriggio!
Se fate parte di un tour guidato, è probabile che la vostra guida vi consigli di includere la visita all’Angkor Wat alla mattina in quanto le temperature sono generalmente più miti e soprattutto ci sono molti meno visitatori rispetto al pomeriggio. Personalmente invece confermo che per poter godere appieno delle sue bellezze, l’Angkor Wat deve essere sofferto in tutto e per tutto e se lo si vuole realmente apprezzare non ci si deve spaventare davanti al solleone e alle orde di visitatori!
Al mattino infatti il tempio è completamente offuscato dal sole alto sull’orizzonte e dall’ingresso principale appare come un’enorme ed informe ombra nera.
Alcune guide poi (fortunatamente poche!!) al fine nuovamente di evitare la ressa, hanno la bruttissima abitudine di accompagnare i clienti all’entrata posteriore !!! Se la vostra guida è una di queste, sappiate che merita le peggiori pene corporali.
Vi consiglio quindi di verificare in anticipo le modalità di visita prima di recarvi in loco perchè rischiate di rovinare la scoperta di uno dei monumenti più belli del mondo!
Chi si documenta sulla visita di Angkor, sa che i bassorilievi scolpiti lungo le mura esterne sono tra le particolarità artistiche più interessanti e degne di nota del tempio.
Il giro classico di visita ai bassorilievi include “l’emisfero” sud delle mura. Partendo dalla sezione sud-ovest che rappresenta la battaglia di Kuruksetra, la massa dei turisti si muove progressivamente verso est passando per la sfilata dell’esercito di Suryavarman II, quindi al Giudizio di Yama sul paradiso e l’inferno per concludere nella sezione sud-est con il “rimescolamento dell’oceano di latte” (una delle leggende più importanti della mitologia induista, frequentemente rappresentata nelle sculture Khmer). Qui generalmente si considera conclusa la visita ai bassorilievi.
L’immenso serpentone umano entra quindi nei livelli più interni del tempio dal retro per dirigersi verso la cinquina di torri centrale.
Se è vero che i bassorilievi della sezione nord-est e dell’intero settore nord sono qualitativamente molto inferiori (sono infatti stati scolpiti in epoca alquanto più tarda, all’incirca nel XVI secolo, da mani molto meno esperte rispetto ai migliori scultori di Angkor), non si può assolutamente trascurare invece la rappresentazione della battaglia di Lanka scolpita nel settore nord-ovest!
Oltre a poter ammirare quello che probabilmente è il bassorilievo più sapientemente scolpito di Angkor, con le immagini più vive, crude e reali, non si deve disdegnare il fatto che il serpentone umano qui non c’è! Solo qui quindi si ha la possibilità di poter ammirare con calma e per intero questa meraviglia artistica senza eguali!
Ritornare poi al settore ovest delle mura permette inoltre di evitare un altro grave errore: quello di accedere alle mura interne dal retro!
L’ingresso principale alle mura interne dell’Angkor Wat infatti è quanto di più spettacolare e artisticamente pregevole esista con la sua originale e possente pianta a croce attraversata e circondata da stupende gallerie.
Giunti alla sezione centrale del tempio vera e propria ci si trova davanti all’incognita se salire o meno le ultime, ripidissime scalinate che portano fino alla cinquina di torri. Qui è bene che ognuno faccia quello che ritiene più opportuno, dopo però aver considerato che la risalita (e soprattutto la discesa!) possono risultare pericolose e che solo la scala sud è dotata di un corrimano (posticcio ovviamente, in acciaio) che facilita la discesa. Questo comporta file kilometriche per attendere il turno di discesa (si arriva ad attendere fino ad un’ora e più in certi giorni!), situazione non percepibile dal basso prima di salire.
Una volta in cima, si può ammirare una gran bella panoramica sull’ambiente circostante e purtroppo poco di più. Le cinque torri e le gallerie che le uniscono sono infatti in pessimo stato di conservazione e credo sia bene tenerlo presente.
Per quanto riguarda i bassorilievi, per la loro interpretazione è ovviamente indispensabile un testo all’altezza della situazione.
Ripropongo "Images of The Gods" di Vittorio Roveda che anche qui si conferma come l’opera più completa ed affidabile.
La parata militare di Jayavarman II ed il giudizio di Yama sono di comprensione piuttosto immediata. Una consultazione in loco di un buon testo può essere sufficiente.
Per il “rimescolamento dell’oceano di latte” consiglio almeno una veloce documentazione generale sull’argomento prima di ammirare il bassorilievo.
Una completa comprensione della battaglia di Kuruksetra e della battaglia di Lanka richiederebbe invece una conoscenza sufficientemente approfondita sia del Ramayana (battaglia di Lanka) che del Mahabarata (Kuruksetra). Se nel primo caso è facile e non troppo dispendioso in termini di tempo, per il Mahabarata non è altrettanto immediato potersi sufficientemente documentare....
Non vanno poi dimenticati alcuni importantissimi bassorilievi che si trovano nelle torri di collegamento tra le mura. Alcuni dei migliori e meglio conservati si trovano nella torre sud-ovest.

L’Angkor Wat è immenso ed ogni suo angolo merita attenzione. Una visita approfondita di questa meraviglia può occupare fino a 5 ore di tempo. Al suo interno si percorrono diversi km sotto il solleone e circondati dalla folla.
Se si vuole gustare appieno la sua bellezza è quindi importante presentarsi riposati e preparati all’appuntamento. Evitare visite stancanti e disidratanti al mattino può essere quindi fondamentale e da qui il mio consiglio di dedicare un’intera giornata a questo singolo luogo. Del resto siamo di fronte ad uno dei prodigi più sensazionali mai realizzati dall’uomo, che credo possa meritare un’intera giornata della nostra vita...

 


Angkor Thom

Una volta che valicherete le mura dell'Angkor Thom per procedere verso il fronte delle Terrazze e del Palazzo, dovrete tenere in considerazione che diventerà quello che oggi conosciamo come Angkor Thom (cioè appunto con le enormi fortificazioni) solo tre secoli dopo la costruzione del Palazzo.
L’antica città fortificata che costituiva il perimetro del primo Palazzo (gli storici danno nomi diversi a questa città, alcuni la chiamano Yasodaraphura II) non era esattamente simmetrica all’Angkor Thom.
Per l’Angkor Thom infatti, l’ingresso che state valicando non è l’East Gate (cioè nel punto centrale del lato est) ma più precisamente il Victory Gate, un paio di centinaia di metri più a nord dell’East Gate vero e proprio.
Visto che questa strada porta direttamente al centro delle Terrazze (se si potesse prolungarne il percorso si giungerebbe dritti al Phimeanakas, quello che quasi sicuramente era il tempio del primo Palazzo) mi pare ovvio che questo ingresso fosse l’East Gate della prima città e che sullo stesso tracciato Jayavarman VII costruirà quello che appunto verrà chiamato il Victory Gate (dal quale, secondo la leggenda, entravano gli eserciti di ritorno da una vittoria militare).
La cosa a mio avviso strana ed inspiegabile è che non ho mai trovato validi approfondimenti di questo collegamento in nessuno dei testi sui quali mi sono documentato. Secondo me è un peccato perchè incentiverebbe appunto la visita di tutto l’Angkor Thom sotto una prospettiva a mio modesto parere molto più interessante.
Nuovamente, una volta giunti alle Terrazze si deve tenere in mente che le forme e le decorazioni che vediamo sono relative a periodi molto più avanzati (molto probabilmente posteriori anche allo stesso Jayavarman VII), ma costruzioni similari, nello stesso punto, dovevano sicuramente esistere anche a partire dal X secolo.
Valicando l’ingresso centrale della Terrazza degli Elefanti si procede verso l’interno del complesso del Royal Grand Palace dove a mio avviso si deve dedicare molta attenzione al tempio che si incontra: appunto il Phimeanaks. Come già detto in precedenza per il Pre Rup, anche qui vi consiglio di lasciar perdere le strambe leggende secondo le quali il Re, vittima di un incantesimo, era obbligato ogni notte ad accoppiarsi con una donna-serpente in vetta a questo tempio pena la morte in caso di “inadempienza” ! Godetevi piuttosto la bellezza del tempio che è meglio.
Sul lato ovest del tempio è stata montana una scala di ferro, piuttosto lunga e ripida ma direi abbastanza solida, che permette di raggiungerne la vetta. Quello che si può vedere in cima non è molto in quanto al momento non sono state fatte opere di restauro e si deve quindi procedere tra spazi stretti in mezzo alle macerie.
Credo comunque che valga la pena di salire al fine di isolarsi dalla calca sottostante (sono poche le persone che salgono) e cercare di immedesimarsi nell’atmosfera di un tempo e dei riti religiosi (nella fattispecie anche sacrifici) che qui venivano celebrati.
Se avrete seguito i miei consigli sull’itinerario da seguire inoltre, in vetta al Phimeanakas giungerete quasi al tramonto. Generalmente a quell'ora c’è poca gente e molta calma.

 


templi in piano in stile Angkor Wat (Thommanon, Chao Sai Tewoda, Beng Melea, Banteay Samrè)

Il Banteay Samrè è un classico tempio in stile Angkor Wat (generalmente correlato a Suryavarman II, prima metà del XII secolo) ad unica torre centrale con anticamera (“Antarala” e “Mandapa”).
Tra i templi “in piano” in stile Angkor Wat ad unica torre, il Banteay Samrè è sicuramente il più esteso e per certi versi il più bello ed interessante che si trovi nell’aera di Angkor, ma in altre parti del Paese oppure in Thailandia si trovano esempi migliori di questo ben determinato stile artistico, generalmente considerato quale la massima evoluzione stilistica ed architettonica dei Khmer (anche se non l’ultima in ordine temporale).
Uno di questi è Beng Maelea, circa 30 km a est di Angkor ma dislocato in un’area difficilmente accessibile e non ancora completamente sicura.
I migliori esempi in assoluto di questo stile sono invece nella Thailandia del Nord Est (Phimai e Phanom Rung). Si potrebbe arrivare a dire che se in precedenti viaggi avete già avuto l’opportunità di visitare questi due templi, probabilmente non sarà un peccato troppo grave se eliminerete il Bantey Samrai dal vostro itinerario.

Verso il cuore dell’odierno Angkor Thom si passa per una coppia di piccoli, stupendi, templi in piano in stile Angkor Wat: il Chao Sai Tewoda, ora in restauro, ed il Thommanon che sembrano costituire una sorta di ingresso alla città stessa.
Sappiate invece che così non è! Questi due templi infatti risalgono alla metà del XII secolo mentre il complesso del Royal Grand Palace, “quasi” al centro di quello che oggi è l’Angkor Thom, risale alla metà-fine del X secolo.

 


Bayon

Secondo per fama solo all’Angkor Wat, il Bayon è certamente il tempio più misterioso ed incomprensibile di Angkor.
Se all’inizio del XX secolo i primi studiosi dell’EFEO credevano di averne determinato con esattezza la datazione e l’interpretazione religiosa, con il passare degli anni e l’avvicendarsi di nuove scoperte le opinioni sul Bayon si sono sempre più differenziate tra loro ed oggi su questo tempio si può davvero dire tutto e il contrario di tutto!
Cent’anni fa, i celebri volti sui quattro (a volte solo su due o su tre) lati delle torri erano univocamente e senza dubbio individuabili come la rappresenazione di Bhrama. Le teorie più accreditate alla fine del secolo erano invece in favore di Lokesvara, il Bodisattva della compassione nella conceazione del Buddismo Theravada.
Oggi non esiste più un’opinione dominante e preferita dalla maggioranza degli storici, che si suddividono piuttosto equamente tra Brahma, Lokesvara, Budda, Jayavarman VII stesso, o addirittura forme divine di un particolare Buddismo tantrico.
L’esempio fatto per le facce può essere trasportato su ogni elemento architettonico e stilistico del Bayon, sui quali i dissensi si moltiplicano a dismisura.
Per alcuni il Bayon è un tempio di Jayavarman VII. Per altri Jayavarman VII è stato l’iniziatore del grande progetto, portato poi a termine dal suo successore Indravarman II. All’inizio del secolo il Bayon era invece stato scambiato per il Phanom Bakeng e veniva considerato uno dei primissimi templi di Angkor, dedicato al culto di Shiva!!

Quello che è certo è che il tempio è stato eretto in più fasi e si notano piuttosto nitidamente le incongruenze architettoniche tra queste. Su una pianta inizialmente cruciforme del secondo livello furono aggiunte gallerie esterne sul primo livello che hanno trasformato questa pianta in quadrata.
Molte gallerie che univano le due file di mura perimetrali più esterne furono aggiunte in un secondo tempo poi successivamente demolite nella terza fase. Mistero ancora più profondo sulla torre centrale, apparentemente trasformata nell’ultima fase di costruzione in pianta ottagonale partendo da una pianta cruciforme. La configurazione stessa della torre centrale contribuisce ad aumentare la confusione e l’incertezza in quanto, in contrapposizione con lo stile Bayon, propone un “Mandala” ed un “Antarala” (anticamera e corridoio di collegamento) tipico dello stile Angkor Wat.

Non va certamente meglio con gli importantissimi ed interessantissimi bassorilievi, dove nuovamente gli storici si sono scontrati nell’interpretazione delle vicende narrate.
In particolare c’è molta incertezza sul luogo, data e riferimento storico della celebre battaglia navale generalmente considerata come la guerra di riconquista di Angkor da parte dell’esercito Khmer dopo l’invasione del regno di Champa alla fine del XII secolo, riconquista che portò Jayavarman VII al potere.

Jaques, Roveda, Cunin, Vichery ed altri storici considerati tra i massimi esperti dei giorni nostri, qualche anno fa tentarono un interessante esperimento cercando di realizzare un’opera “ultima” che costituisse un punto di riferimento per la riconsiderazione e ricollocazione storica del Bayon alla luce delle più recenti scoperte. Il risultato invece, (un interessantissimo testo dal titolo “Bayon, new perspectives” pubblicato in versione originale in Thailandia da River Books) altro non è che un accostamento di valutazioni e punti di vista molto dissimili e spesso in antitesi tra loro che in un certo senso danno una misura dell’incertezza e della confusione che regna al momento presente sull’argomento.
Le ipotesi di Claude Jaques al riguardo sono tra le più azzardate: secondo lo storico francese, l’ultima delle fasi costruttive del Bayon avvenne in epoca molto più tarda rispetto alle teorie più correnti (termine del XIII secolo) da parte di Jayavarman VIII, il Re che riportò brevemente i Khmer sulla strada dell’induismo (probabilmente il Re iconoclasta che distrusse le immagini di Buddha di Jayavarman VII). I celebri volti sarebbero stati realizzati durante quest’ultima fase e sarebbe quindi attendibile ritenere che rappresentino Brahma, o lo stesso Jayavarman VIII.

Nota: Claude Jaques è anche l’autore di una delle guide di Angkor più vendute in loco. Contrariamente alle sue opere più importanti però, questo testo (dal titolo “Ancient Angkor”) è una banale accozzaglia di teorie annacquate a semplice uso e consumo del turista poco attento. Se avete un reale ed approfondito interesse per quello che state ammirando, indirizzatevi su qualcosa di più concreto e sostanzioso.
 


monasteri buddisti di Jayavarman VII (Ta Phrom, Preah Khan, Banteay Kdei, Banteay Chmaar)

Costruttore infaticabile, apparentemente appartiene al suo regno un’incredibile serie di templi, monasteri e perfino le terme.
Lo stile costruttivo di Jayavarman VII, denominato “Bayon”, è in netta contrapposizione con qualsiasi altro stile che si possa ammirare ad Angkor ed uno dei motivi principali di questo distacco è ovviamente il passaggio dalle religione Induista al Buddismo Mahayana.
Con l’eccezione della sua costruzione più celebre (appunto il Bayon, posto al centro dell’Angkor Thom) Jayavarman ha costruito soprattutto immensi, giganteschi monasteri: vere e proprie città, all’interno delle quali vivevano decine di migliaia di persone. L’enorme estensione di queste costruzioni è oggi solo vagamente percepibile osservando la lunghezza delle mura perimetrali che le circondavano.
Oggi infatti, visitando ad esempio il Ta Phrom, dopo aver valicato l’accesso a queste possenti mura esterne ci si trova a percorrere diverse centinaia di metri prima di poter giungere alle parti centrali e più sacre del monastero. Qui si ha spesso la percezione di attraversare una “terra di nessuno”, completamente ricoperta da fitta ed impenetrabile vegetazione. E’ quindi necessario lavorare molto con la fantasia per sostituire la jungla con la miriade di rudimentali abitazioni in legno e paglia che qui si trovavano.
Anche al Ta Phrom, come per qualsiasi altro tempio, è importantissimo entrare dalla parte giusta (est)! Nella fattispecie del Ta Phrom, questa raccomandazione è più che mai importante perché l’entrata “dal retro” (ovest) è purtroppo molto utilizzata dalle guide locali in quanto è la prima che si incontra provenendo dall’Angkor Thom.
Entrare dal retro al Ta Phrom significa perdere completamente la prospettiva sulla costruzione frontale (ritenuta da alcuni storici un teatro per rappresentazioni artistiche) che si trova dinnanzi all’ingresso alla terza fila di mura perimetrali e che se vista dal davanti crea invece un effetto particolarmente suggestivo.
Gli edifici centrali sono purtroppo in un pessimo stato di conservazione. Molte gallerie sono crollate ed i lavori di restauro dell’UNESCO qui procedono particolarmente a rilento.
Reso famoso dalle radici dei giganteschi alberi secolari che si insinuano tra le mura, dopo l’Angkor Wat ed il Bayon, il Ta Phrom è il luogo più visitato di Angkor. Ognuno ovviamente è libero di pensarla come vuole ma il mio personalissimo punto di vista è che visitare il Ta Phrom richiamati da questa attrazione “ambientale” sia decisamente riduttivo. Essere dentro al Ta Phrom e fotografare gli alberi vuol dire distogliere l’attenzione dal reale interesse che questo tempio dovrebbe suscitare (ammetto anche che difficilmente trovo qualcuno che concordi su questo punto che infatti per me è spesso argomento di accese discussioni).
Oltre all’architettura “in piano” assolutamente innovativa, il Ta Phrom propone anche stupendi bassorilievi, alcuni dei quali (ad esempio quelli dislocati nel cortile centrale racchiuso nella fila di mura perimetrali più interna) non sono direttamente visibili ma celati dal fitto labirinto costituito dagli ammassi di pietra crollati tra le piccole librerie. Uno molto bello è la “partenza di Budda”. Consultate una guida che vi indichi il tortuoso “sentiero” per poterlo raggiungere.
A causa delle pessime condizioni di conservazione, il percorso all’interno del monastero è uno slalom tra le macerie piuttosto obbligato, per lunghi tratti marcato da una passerella di legno lungo la quale si snoda una chiassosa coda di turisti. Cercate di isolarvi dalla ressa uscendo quando possibile da questo percorso obbligato in modo da scoprire anche punti di osservazione diversi ed alternativi.
 

 
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